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Chemioterapia con meno effetti collaterali - La chemioterapia ha diversi effetti collaterali, forse uno dei più noti e temuti, a causa anche dell'impatto psicologico, è la perdita dei capelli

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Chemioterapia con meno effetti collaterali

Chemioterapia con meno effetti collaterali

La chemioterapia ha diversi effetti collaterali, forse uno dei più noti e temuti, a causa anche dell'impatto psicologico, è la perdita dei capelli. Anche se la chemioterapia comporta effetti collaterali fastidiosi, questi devono sempre essere comparati con i benefici che il trattamento produce sia in termini di guarigione che di controllo della malattia. Negli ultimi anni la medicina sta però facendo enormi passi in avanti in campo oncologico e l'Italia, grazie all'Istituto Europeo di Oncologia (IEO), è in prima fila.

In questi giorni, durante la terza edizione di "Ieo per le donne" (Giugno 2010), il Prof. Umberto Veronesi, direttore scientifico dell'Istituto Europeo di Oncologia, ha parlato degli ottimi risultati che si stanno ottenendo in due studi: una radioterapia che si effettua con un'iniezione e un farmaco chemioterapico che non fa cadere i capelli.

L'oncologo spiega che grazie alla diagnosi precoce le cure per il tumore del seno hanno raggiunto un elevato livello di efficacia. In circa il 30 per cento dei pazienti si riesce ad intervenire quando ancora il tumore non da degli effetti visibili, delle neoplasie definite precliniche o occulte. Negli ultimi 10 anni, presso il centro, ci sono stati 1.258 casi operati senza che il tumore fosse visibile e il 98,6 per cento dei pazienti è guarito. In pratica, sottolinea Veronesi, se si riuscisse a diagnosticare i tumori quando sono ancora nella fase non palpabile, il problema del tumore al seno sarebbe in gran parte risolto.

Attualmente si riesce quindi a guarire la maggior parte delle pazienti (oltre l'80 per cento), bisogna però pensare anche all'impatto delle cure. Una particolare Terapia intraoperatoria con radiofarmaci (I.A.R.T.®) e il farmaco Caelyx, che evita la caduta dei capelli, hanno proprio l'obiettivo di migliorare la qualità delle cure.

Anche se alcuni farmaci non hanno effetti sui capelli, altri li indeboliscono al punto che si spezzano a livello del cuoio capelluto, o molto vicino ad esso, già una-due settimane dopo l'inizio del trattamento; alcuni li fanno cadere completamente, mentre altri provocano una caduta talmente modesta da passare inosservata. Anche se i capelli ricresceranno una volta conclusi i cicli di chemioterapia, l'evento ha un forte impatto sui pazienti. Un farmaco come il Caelyx, poco tossico e invasivo, è quindi un grande risultato. I ricercatori dell'Ieo hanno ora intenzione di sperimentarlo anche nella fase adiuvante come prevenzione alla ripresa della malattia dopo l'operazione.

Particolarmente importanti sono anche i progressi fatti per rendere meno invasiva la radioterapia. Il principio che accomuna le applicazioni terapeutiche della medicina nucleare risiede nella capacità di determinate sostanze di localizzarsi in modo selettivo nei tessuti bersaglio dove trasportano un opportuno radionuclide (agente citotosico). Le terapie più tradizionali hanno inizialmente sfruttato il tropismo naturale di alcuni radionuclidi (131I per il tessuto tiroideo; 32P, 89Sr per le ossa), mentre quelle più recenti sfruttano radiocomposti costituiti da molecole biologicamente attive (anticorpi monoclonali, peptidi, avidina-biotina, ecc per recettori tumorali) legate chimicamente a radionuclidi terapeutici.

Presso l'Ieo si sta sperimentando una nuova metodica di radioterapia molecolare. Questo nuovo approccio chiamato I.A.R.T.® (Intraoperative Avidination for Radionuclide Therapy) è un metodo semplice, di facile esecuzione, che potrebbe rappresentare un'alternativa alla radioterapia intraoperatoria (ELIOT) ed essere uno strumento di integrazione per la radioterapia esterna convenzionale. La procedura I.A.R.T.® consiste in un primo passaggio dove il chirurgo inietta, durante l'intervento, una quantità elevata di molecole di avidina direttamente nel letto tumorale. Uno o due giorni più tardi, il medico nucleare inietta una piccola dose di biotina (vitamina H) radiomarcata con 90Y (ittrio 90).

L'iniezione di avidina può essere fatta con una siringa o con un apposito dispositivo. L'avidina si fissa nel tessuto del quadrante operato e viene drenata dai linfonodi locoregionali. A causa della sua carica elettrica, l'avidina viene trattenuta nell'area dell'iniezione per parecchi giorni e costituisce una sorta di un nuovo "recettore artificiale", espresso solo nella zona operata, capace di attirare la biotina radioattiva con elevata affinità (kd 10-15). Questo trattamento sfrutta la fortissima attrazione esistente tra queste due molecole, che sono già state testate nell'uomo per la cura dei tumori cerebrali e dei tumori dell'ovaio. Il grande vantaggio rispetto alla radioterapia tradizionale, che necessita di apparecchiature costose e di lunghi tempi di esecuzione (circa due mesi), è che questa nuova metodica potrà essere eseguita in regime ambulatoriale, in qualsiasi unità di Medicina Nucleare, persino lontano dal centro chirurgico, con minimo disagio e ridotti effetti collaterali per la paziente.

Per il momento presso l'Ieo sono state trattate 50 pazienti con questa tecnica, il prossimo passo sarà quello di avviare uno studio clinico multicentro che coinvolgerà 500 pazienti.

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