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Epatite C e RNA, il futuro della cura - Una molecola, identificata con la sigla SPC3649, bloccando il microRNA-122 (miR-122), potrebbe essere adoperata nella cura dell'epatite C

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Epatite C e RNA, il futuro della cura

Epatite C e RNA: il futuro della cura

Una molecola, identificata con la sigla SPC3649, bloccando il microRNA-122 (miR-122), potrebbe essere adoperata nella cura dell'epatite C. I risultati sperimentali sono frutto di una ricerca della casa farmaceutica danese Santaris Pharma, proprietaria del brevetto della molecola. Lo studio è stato coordinato da Robert Lanford della Southwest Foundation for Biomedical Research (Sfbr - Texas, USA). I primi dati relativi alla fase pre-clinica, per il momento condotti su quattro scimpanzé, sono stati pubblicati sulla rivista Science (Dicembre 2009).

Un gruppo di ricercatori dell'Università di Ginevra (Svizzera), del National Centers of Competence in Research (NCCR), qualche tempo fa aveva fatto luce sul ruolo dei microRNA nell'epatite C. I ricercatori scoprirono che uno specifico microRNA chiamato miR-122, particolarmente abbondante nel fegato, influisce sulla regolazione del metabolismo del colesterolo e degli altri lipidi favorendo inoltre la replicazione del virus dell'epatite C.

Il nuovo studio si ricollega quindi a quanto scoperto dai ricercatori di Ginevra. La molecola (SPC3649), una volta iniettata nell'organismo, "cattura" il microRNA miR-122 ostacolando la progressione dell'infezione del virus dell'epatite C (HCV). Il dottor Robert Lanford spiega che attualmente la terapia per l'epatite C prevede l'associazione di interferon alfa pegilato con la ribavirina, una cura però con dei limiti in quanto, oltre ad essere associato a effetti collaterali di una certa importanza, è efficace solo nel 50 per cento dei pazienti.

La molecola SPC3649 per il momento è stata testata con buoni risultati su quattro scimpanzé (l'unico animale che, oltre all'uomo, può essere infettato dal virus C) affetti da infezione cronica da epatite C. Nella sperimentazione sono state testate due dosi, da 5 e 1 mg/kg (milligrammo per chilo di peso), per 12 settimane seguite da un periodo di 17 settimane libere da trattamento. Robert Lanford, commentando i risultati della ricerca, ha evidenziato che la dose da 5 milligrammi ha avuto degli effetti notevoli riuscendo a ridurre di 350 volte il virus nel fegato e nel sangue.

Il ricercatore evidenzia inoltre un ulteriore vantaggio del trattamento. La molecola SPC3649, non agendo direttamente sul virus come i farmaci tradizionali, non induce lo sviluppo di resistenze virali, inoltre, potrebbe essere capace di rendere rispondenti alla terapia con interferone i pazienti che non rispondono ad essa.

Se nell'esperimento di Ginevra il ruolo del miR-122 era stato provato solo in colture cellulari (in vitro), ora per la prima volta si ha avuto anche una conferma "in vivo". Il prossimo passo dei ricercatori sarà quello di sperimentarne la sicurezza della molecola sull'uomo, solo dopo ulteriori trial si potrà quindi valutare se la molecola SPC3649 può essere una cura efficace per l'epatite C.

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