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Alzheimer e Parkinson: una possibile terapia

Alzheimer e Parkinson, una possibile terapia

La scoperta di un particolare meccanismo biologico apre le porte ad una possibile terapia che potrebbe consentire di curare le malattie neurodegenerative come l'Alzheimer, il morbo di Parkinson e la corea di Huntington. In uno studio condotto dal gruppo di Andrea Ballabio, direttore dell'Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem) e professore di Genetica Medica presso l'Università Federico II di Napoli, si è scoperto che le nostre cellule, se opportunamente stimolate, attivano un processo che consente di ripulirle dalle molecole tossiche responsabili delle malattie neurodegenerative. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Science (Giugno 2009).

Per la prima volta al mondo si è dimostrato che dietro a questo sistema di smaltimento di rifiuti cellulari esiste una sorta di "cabina di regia", una scoperta che pone le basi per un nuovo approccio terapeutico applicabile a tutte quelle malattie causate da un accumulo di sostanze tossiche all'interno delle cellule.

Lo staff del professor Andrea Ballabio studia da diversi anni un particolare tipo di malattie scatenate da un accumulo lisosomiale. In una situazione di normalità lo smaltimento dei rifiuti cellulari avviene ad opera dei lisosomi, organuli presenti in ogni cellula contenenti un gruppo di enzimi in grado di degradare i polimeri nelle loro subunità monomeriche, in parole povere hanno il compito di trasformare in sostanze innocue tutti i prodotti tossici del metabolismo. Gli esperti spiegano che i lisosomi sono dotati di una vera e propria squadra di enzimi, a volte però capita che alcuni di questi siano difettosi e possono originare gravi malattie, dette appunto da "accumulo lisosomiale", come le glicogenosi e le mucopolisaccaridosi (attualmente si conoscono circa 50 malattie di questo tipo).

Grazie a questo nuovo studio si è scoperto che la fabbricazione e l'attività dei lisosomi è controllata da una fitta rete di geni controllati a loro volta da un unico direttore d'orchestra: TFEB, un gene capace di potenziare l'attività degradativa della cellula agendo come un "interruttore genetico". Marco Sardiello, primo autore del lavoro, spiega che in laboratorio si è osservato che aumentando i livelli di TFEB non solo aumenta la produzione di lisosomi, ma anche la degradazione delle sostanze tossiche presenti nella cellula.

In laboratorio sono state fatte diverse prove, anche su cellule contenenti la proteina tossica responsabile della corea di Huntington. I ricercatori spiegano che questa gravissima malattia neurodegenerativa di origine genetica non ha attualmente una cura ma una somministrazione di TFEB riusciva a eliminare la proteina tossica. Una scoperta che apre le porte a nuove terapie che, almeno in linea teorica, potrebbero essere applicate a tutte quelle malattie legate ad un accumulo di sostanze tossiche all'interno delle cellule, dalla corea di Huntington alle malattie lisosomiali, fino a svariate forme di demenza, tra cui il morbo di Parkinson e il morbo di Alzheimer.

I ricercatori stanno ora lavorando su due fronti paralleli, da una parte la verifica di questi risultati anche nei modelli animali, dall'altra la ricerca su larga scala di farmaci in grado di stimolare l'attività di TFEB. Andrea Ballabio spiega che l'obiettivo è quello di riuscire a mettere a punto un approccio terapeutico di tipo farmacologico, quindi non invasivo, in grado di stimolare l'attività degradativa della cellula affinché si eviti l'accumulo di sostanze tossiche prevenendo così la morte delle cellule.


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