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Nanotecnologia e restauri

Nanotecnologia per restaurare

Se Leonardo da Vinci avesse conosciuto la nanotecnologia, la sua Ultima Cena non sarebbe ora nelle attuali condizioni. I chimici italiani hanno osservato che le particelle di calce spenta, grandi appena alcuni milionesimi di millimetro, possono salvare i vecchi affreschi dal deperimento.

Il dipinto di Leonardo è una delle opere più colpite dalle angherie del tempo. I danni sono in gran parte il risultato di errate sperimentazioni con i materiali. Leonardo non era un chimico. Il deterioramento di affreschi come questo è un problema comune tra i restauratori.

Piero Baglioni insieme ai propri colleghi dell'Università  di Firenze, hanno salvato dalle grinfie del tempo un'altra opera d'arte meno conosciuta: Gli Angeli Musicanti, dipinta nel sedicesimo secolo da Santi di Tito nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, a Firenze. L'immagine risulta sfigurata dove le scaglie di vernice, assorbite dall'intonaco, minacciano di cadere danneggiando la pittura irreparabilmente. Prima che i pittori italiani cominciassero ad utilizzare nel quindicesimo secolo la tela di canapa, molti hanno dipinto degli affreschi. Hanno applicato cioè il pigmento direttamente sull'intonaco umido della parete, in modo che questo si fissasse più velocemente all'asciugarsi dell'intonaco. Giotto e Michelangelo erano maestri nell'utilizzo di questa tecnica. Una volta applicata correttamente, la tecnica consentiva dipinti piuttosto "robusti". Ma mezzo millennio più tardi, il cedimento dello strato superficiale della parete si è dimostrato un problema consueto, in particolare nelle zone umide.

L'intonaco era fatto di solito con sabbia e calce (calcium oxide), che umidificati divenivano calce spenta (calcium hydroxide). Asciugandosi la calce spenta reagiva con il biossido di carbonio presente nell'aria, producendo carbonato di calcio gessoso.

Baglioni e i suoi colleghi hanno utilizzato della semplice calce spenta come una sorta di colla per far aderire di nuovo alla parete la vernice che si stava sfaldando. L'applicazione è avvenuta mettendo in sospensione nell'alcool un sottile strato di calcium hydroxide. Come l'alcool evapora, i cristalli assorbono l'acqua ed il biossido di carbonio, amalgamandosi con il carbonato di calcio presente nello strato dipinto e nell'intonaco sottostante, saldandoli insieme con un legame quasi invisibile.

Il calcium hydroxide ordinario non agisce altrettanto bene. Le particelle di polvere commerciale, più larghe di un millesimo di millimetro, sono troppo grandi per penetrare in profondità  all'interno delle fenditure dello strato dipinto. Peggio ancora, essi tendono a produrre una pellicola bianca indelebile sulla superficie della vernice.

Le polveri utilizzate dai chimici fiorentini sono più piccole. Sono piccole piastrine esagonali delle dimensioni di 100-250 nanometri (milionesimi di millimetro). Questi penetrano l'affresco più in profondità , ed, essendo più leggeri, non si posano all'esterno formando la patina biancastra sopra il dipinto. La forma piatta delle particelle le rende estremamente assorbenti nei confronti dell'acqua, favorendo la loro trasformazione in carbonato di calcio quando l'alcool evapora.

La creazione di questi cristalli è uno degli obiettivi della nanotecnologia, la manipolazione cioè della materia in scala di grandezza nanometrica. La nanotecnologia, ritratta solitamente come la madre delle future macchine in scala molecolare, pare abbia molto da offrire anche al passato.

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