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Gravidanza dopo tumore al seno - Dopo un tumore al seno, fino a qualche tempo fa, se una donna aspettava un bambino circa un medico su tre suggeriva l'aborto terapeutico

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Gravidanza dopo tumore al seno

Gravidanza dopo tumore al seno

Fino a qualche tempo fa, se una donna aspettava un bambino dopo aver avuto un tumore al seno, circa un medico su tre suggeriva l'aborto terapeutico. Alla base di questa posizione vi era il timore che l'altissimo livello di estrogeni tipico della gestazione, sopratutto nell'ultimo trimestre, potesse causare una ripresa della neoplasia. I dati di uno studio, al quale hanno preso parte anche diversi ricercatori italiani, dimostrano però che una gravidanza dopo un tumore al seno non incrementa il rischio di un ritorno della malattia, anzi, in certi casi potrebbe ridurre le probabilità di una recidiva. I risultati della ricerca, presentati in anteprima in occasione del congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO 2017), sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Oncology [Safety of pregnancy in patients (pts) with history of estrogen receptor positive (ER+) breast cancer (BC): Long-term follow-up analysis from a multicenter study - Doi: 10.1200/JCO.2017.35.15_suppl.LBA10066].

Il cancro al seno, con quasi 50 mila nuove diagnosi ogni anno solo in Italia, è la neoplasia più frequente nella donne. Del totale sono circa 3000 le pazienti che hanno meno di 40 anni e, considerando che il tasso di guarigione sfiora il 90 per cento, per alcune di esse non è remoto il desiderio di voler diventare mamma e, di conseguenza, avere una gravidanza. In passato diversi medici di base, ma anche oncologi, erano spesso preoccupati dalle conseguenze per la salute di una donna operata al seno nel caso di una ipotetica gravidanza e, per questo motivo, si sconsigliava. Tuttavia, già nel 2010, uno studio congiunto tra ricercatori belgi e italiani, aveva iniziato a ridimensionare il problema.

La meta analisi, coordinata da Hatem A. Azim Jr. del Dipartimento di Oncologia Medica presso l'Istituto Jules Bordet (Bruxelles, Belgio), ha valutato i risultati di 14 studi condotti tra il 1970 e il 2009. Complessivamente, i ricercatori avevano a disposizione i dati di 19.476 donne guarite dal cancro al seno, del totale, 1.417 donne erano successivamente rimaste incinte. Analizzando tutte le informazioni emerse che le donne che avevano avuto una gravidanza dopo la diagnosi di tumore al seno, rispetto a quelle che non erano rimaste incinte, presentavano una riduzione del 42 per cento del rischio di morte prematura.

Prima di questo studio non si avevano abbastanza informazioni e, in via precautelativa, si tendeva a sconsigliare una maternità alle donne operate di tumore al seno. Il timore era che l'alterazione ormonale associata alla gravidanza, in particolar modo l'incremento dei livelli degli estrogeni, potesse favorire le recidive del tumore e/o aumentarne l'aggressività qualora fosse ancora presente.

Successivamente, Hatem A. Azim Jr. ha condotto un ulteriore studio i cui risultati sono stati resi pubblici nel 2012. Anche in questo caso si concluse che la gravidanza non è controindicata dopo un tumore al seno. I nuovi dati riguardavano un campione di 1.207 donne, con un'età compresa tra i 21 e i 48 anni, affette da cancro al seno. Tutte le volontarie sono state seguite per un periodo di 5 anni dopo essere state operate con successo. Del totale, 333 donne sono rimaste incinte durante il periodo di follow-up.

I dati confermarono che una gravidanza non aumenta il rischio di ricaduta, anche se si rimane incinta durante i primi due anni dopo la diagnosi. L'indagine evidenzia inoltre ancora una volta che le pazienti che iniziano una gravidanza sembrano migliorare le proprie aspettative di vita rispetto a quelle che non lo fanno. La mancanza di rischi è valida non solo nel caso di diagnosi con recettori negativi per gli estrogeni, ER/PR negativi, ma anche per quelle con un tumore positivo per gli estrogeni, un tumore dove gli ormoni sessuali femminili stimolano la crescita delle cellule cancerogene.

I dati presentati in occasione dell'Asco 2017 sono sempre relativi allo studio del 2012, i 5 anni in più di follow-up sono però molto importanti perché confermano quanto osservato già in precedenza. Matteo Lambertini, primo autore dello studio e oncologo presso l'Istituto Bordet di Bruxelles, spiega che dopo 10 anni di osservazione dal momento della diagnosi si può affermare con certezza che non c'è differenza fra chi ha avuto un figlio e chi no. I dati confermano che una gravidanza dopo un tumore al seno non va scoraggiata. Bisogna però valutare, insieme al proprio oncologo, quanto tempo è opportuno aspettare prima di pensare alla maternità. Gli esperti spiegano infatti che, sopratutto nel caso di tumore al seno her2 positivo, potrebbe essere necessario un periodo maggiore dopo la diagnosi.

Le informazioni ricavate dalla ricerca sono molto attendibili se si considera che per ogni donna con tumore al seno Her2+, sono state selezionate 3 donne di controllo in modo da cercare di abbinare dei campioni con fattori di rischio confrontabili. Un lavoro accurato, che ha fornito dei dati precisi, relativo a un periodo di osservazione di ben 10 anni. Matteo Lambertini evidenzia che qualsiasi sia lo status ormonale delle donne, la sopravvivenza libera da malattia è la stessa se si è avuta una gravidanza oppure no.

Analizzando nel dettaglio le donne con tumori della mammella HER2-negativi, quelle che sono rimaste incinte avevano ben il 42 per cento di probabilità in meno di riammalarsi rispetto alle altre. La gravidanza potrebbe quindi rappresentare un potenziale fattore protettivo per queste donne, per avere la conferma bisognerà però condurre ulteriori ricerche.

Alla luce di queste evidenze scientifiche, oggi non ha più senso consigliare un aborto terapeutico in caso di gravidanza dopo un tumore al seno. Un aspetto non di poco conto se si considera che spesso si era messi di fronte a decisioni dolorose sopratutto quando si doveva scegliere sulla vita di un bambino a lungo desiderato e sognato. I dati evidenziano inoltre che il rischio di malformazione nel nascituro, anche dopo terapie pesanti, resta sovrapponibile alla popolazione generale, questo a patto che il concepimento avvenga dopo il completamento delle cure. Per quanto riguarda l'allattamento al seno, anche le donne guarite da un carcinoma della mammella possono farlo dal seno non colpito, senza controindicazioni.

Tumore al seno in gravidanza

Nodulo al seno in gravidanza

Nel corso dell'articolo abbiamo parlato di una gravidanza dopo un tumore al seno, ma cosa bisogna aspettarsi se invece c'è una diagnosi di tumore al seno durante la gravidanza? Si tratta di un'eventualità che ha un'incidenza di circa 1 caso ogni 1500 gravidanze, il dato è però sottostimato se si prendono in considerazione solo i paesi più ricchi dove l'età media in cui si decide di avere un figlio si sta spostando sempre più avanti.

Se si sospetta un tumore durante il periodo della gravidanza, di qualsiasi forma si tratti, il primo aspetto da tenere in considerazione sono gli esami da fare per la diagnosi. Il consiglio è quello di fare solo quelli indispensabili per la scelta del miglior approccio terapeutico. Generalmente, tutti gli esami che non prevedono l'uso delle radiazioni elettromagnetiche, nella maggior parte dei casi si parla di raggi x, possono essere eseguiti senza problemi.

Se ci sono dei sintomi del tumore al seno che possono far sospettare un carcinoma, ci si può comunque sottoporre a una mammografia adottando le dovute precauzioni (schermando ad esempio la zona dell'addome). La risonanza magnetica è invece limitata a specifici casi, questo perché non c'è l'assoluta certezza che il mezzo di contrasto a base di gadolinio, capace di passare la barriera placentare, sia del tutto innocuo per il bambino. Fortemente controindicata, sopratutto nel primo trimestre, è invece la tomografia computerizzata (TC). Anche altri esami diagnostici, quali ad esempio la scintigrafia e la PET, vanno limitati a rarissimi casi valutando sempre eventuali rischi e benefici.

L'eventuale intervento chirurgico, necessario per l'asportazione della neoplasia, nella maggior parte dei casi può essere eseguito senza dover interrompere la gravidanza in corso. Per quanto riguarda l'anestesia, lo specialista valuterà insieme al ginecologo e all'oncologo la modalità e il farmaco più adatto per operare senza rischi per la gestante e il nascituro.

Dopo l'intervento c'è poi il dilemma della chemioterapia. Diversi studi hanno rilevato che, superato il primo trimestre di gravidanza, molti tipi di chemioterapia si possono effettuare senza rischi, in particolar modo quelli a base di antracicline (una classe di farmaci antitumorali appartenenti alla categoria degli antibiotici citotossici). Quando fattibile, se la diagnosi di tumore è fatta all'inizio del periodo della gestazione, prima di cominciare le cure si consiglia di aspettare almeno il termine della dodicesima settimana. Questo periodo è infatti particolarmente delicato per lo sviluppo del bambino. Le cure andrebbero rimandate anche nel caso in cui si fosse in prossimità del parto. Si tratta infatti di un periodo altrettanto delicato perché il midollo osseo della mamma e quello del piccolo potrebbero non produrre abbastanza leucociti e piastrine, i primi per proteggere l'organismo da eventuali infezioni e le seconde per contrastare un'eventuale emorragia. Nel caso di trattamenti già in corso, essi vengono interrotti prima di entrare nella 34eseima settimana di gestazione per essere poi ripresi dopo il parto.

Per quanto riguarda la radioterapia, anche questa andrebbe rimandata a dopo il parto. Durante il periodo della chemioterapia è sconsigliato l'allattamento, i farmaci chemioterapici passano infatti nel latte materno. Diversi studi scientifici hanno dimostrato che, nella maggior parte dei casi, le cure contro il cancro non incidono negativamente sulla salute del bambino e sulla sua sopravvivenza. Non è quindi necessario interrompere la gravidanza per garantire alla paziente le migliori cure possibili, rispettando, ovviamente, i periodi critici di cui abbiamo parlato in precedenza.

Attualmente, le uniche conseguenze riconducibili ai trattamenti chemioterapici effettuati nei periodi di basso rischio, tra la 12esima fino alla 34eseima settimana, sono un ridotto peso alla nascita rispetto ai bambini nati da donne che non hanno subito la chemioterapia, un aspetto che non incide comunque in maniera significativa sulla salute futura del piccolo. Per ora mancano comunque studi su lungo termine che possano escludere eventuali effetti collaterali sul lungo periodo.

Aborto e tumore al seno

Concludiamo questo articolo parlando di un argomento che in passato è stato al centro di alcune controversie, il legame tra aborto e tumore al seno. Fino a qualche tempo fa era abbastanza comune pensare che l'interruzione volontaria di gravidanza o un aborto spontaneo, potessero influire sull'incidenza del rischio di carcinoma mammario. Tutto era partito dai risultati di uno studio pubblicato verso la fine degli anni novanta. Ricerche successive hanno però dimostrato che non vi è nessun legame tra i due elementi. La mancanza di connessione è stata evidenziata in una relazione del 2003 del National Cancer Institute e successivamente, nel 2004, da una meta analisi pubblicata su The Lancet (Breast cancer and abortion: collaborative reanalysis of data from 53 epidemiological studies, including 83.000 women with breast cancer from 16 countries - Doi: 10.1016/S0140-6736(04)15835-2).

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