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Tumore al polmone: aspettative di vita e metastasi - Guarire dal tumore al polmone non è ancora un traguardo alla portata di tutti, rispetto al passato le aspettative di vita sono però aumentate considerevolmente

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Tumore al polmone: aspettative di vita e metastasi

Aspettative di vita tumore al polmone

Guarire dal tumore al polmone non è ancora un traguardo alla portata di tutti, rispetto al passato le aspettative di vita sono però aumentate considerevolmente. Grazie a una scoperta italiana, frutto di uno studio coordinato da Rita Mancini (del Dipartimento di Medicina Clinica Molecolare della Sapienza Università di Roma), si è individuato il meccanismo alla base della propagazione delle cellule staminali del tumore al polmone. Un processo che favorisce le recidive, il ripresentarsi della neoplasia a distanza di tempi più o meno lunghi, e le metastasi. Le nuove informazioni sono molto importanti perché potrebbero contribuire a bloccare alcuni processi cellulari aumentando le probabilità di sopravvivenza dei pazienti. La ricerca, sostenuta anche dall'Associazione italiana per la ricerca sul cancro Airc, è stata portata avanti grazie alla collaborazione di diverse istituzioni quali ad esempio l'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Oncogene (Stearoyl-CoA-desaturase 1 regulates lung cancer stemness via stabilization and nuclear localization of YAP/TAZ - Doi: 10.1038/onc.2017.75).

Lo studio delle basi molecolari dei tumori ha permesso di scoprire che la massa tumorale si origina dall'espansione clonale di una singola cellula. Man mano che la malattia progredisce, la massa tumorale risulta composta da una popolazione eterogenea di cellule tumorali (parenchima) e dallo stroma (il tessuto connettivo di supporto). Le cellule neoplastiche sono organizzate secondo una precisa gerarchia nella cui sommità si trova un sottogruppo di cellule note come staminali tumorali (identificate anche con la sigla CSC, acronimo della parola inglese Cancer Stem Cells). Sarebbero proprio le CSC ad alimentare continuamente la crescita del tumore. Purtroppo, in molti casi, queste cellule risultano essere particolarmente resistenti all'azione dei farmaci e per questo motivo si può andare incontro a recidive della malattia dopo le terapie.

Ormai da qualche anno la ricerca oncologica ha iniziato a studiare varie tecniche che possano colpire i meccanismi che controllano la vitalità delle cellule staminali tumorali, probabilmente il miglior modo per bloccare alla base la crescita dei tumori. Rita Mancini spiega che presso i laboratori del Dipartimento di Medicina Clinica Molecolare della Sapienza Università di Roma, da diverso tempo, ci si sta occupando del metabolismo degli acidi grassi insaturi ed in particolare di un enzima, noto come Scd1, che ne determina la sintesi. Studiando le cellule staminali tumorali di polmone, isolate direttamente dai versamenti pleurici di alcuni pazienti, si è rilevato che Scd1 agisce attivando a cascata due processi metabolici chiave nelle cellule tumorali. Il processo che interessa la beta-catenina, che si "sposta" nel nucleo della cellula inducendo la proliferazione, e due proteine (Yap e Taz) note per la loro capacità di controllare la crescita cellulare a livello del nucleo. I dati ottenuti dallo studio sono molto importanti perché dimostrano che l'enzima Scd1 rappresenta uno dei principali promotori della crescita delle staminali tumorali polmonari. Ci sono inoltre abbastanza elementi per ritenere che l'enzima possa avere un ruolo chiave anche nei processi cellulari di altri tipi di tumori.

Gennaro Ciliberto, uno dei principali collaboratori dello studio e Direttore Scientifico dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, spiega che la scoperta avrà di sicuro un notevole impatto in campo terapeutico. Già oggi sia hanno le conoscenze sufficienti per mettere a punto delle piccole molecole capaci di inibire l'attività enzimatica di Scd1 e, di conseguenza, bloccare le cellule staminali tumorali. Per il momento sono stati condotti degli esperimenti su cellule tumorali in provetta e si è iniziata già la sperimentazione su modelli più complessi di crescita tumorale.

Altri ricercatori hanno messo a punto tempo fa degli inibitori di Scd1 e il loro utilizzo è già stato approvato anche per l'uso sull'uomo. Secondo Gennaro Ciliberto una possibile terapia per il tumore al polmone, basata su queste nuove informazioni, potrebbe non essere così lontana. Bisognerà prima di tutto valutare se è fattibile "trasferire" le possibilità terapeutica già in uso anche nei pazienti oncologici.

Tumore al polmone sopravvivenza (terapia con Nivolumab)

Il tumore al polmone è una delle neoplasie più frequenti e letali. Nel 2016, solo in Italia, sono stati diagnosticati più di 41mila nuovi casi e sono stati registrati circa 33mila decessi. All'origine del tumore al polmone la casualità influisce in minima parte. Se in alcune circostanze dietro ad un tumore c'è un errore nella replicazione del Dna, quando si parla di carcinoma polmonare nella maggior parte dei casi (circa l'80 per cento) è presente il vizio del fumo. Fino a non molto tempo fa, la percentuale di sopravvivenza a 5 anni raramente superava il 5 per cento. Oggi, grazie anche a farmaci quale il Nivolumab, è stato triplicato il numero di pazienti vivi dopo 5 anni.

Michele Maio, direttore di Immunoterapia oncologica presso il Centro di immunoncologia del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, spiega che in caso di tumore al polmone la sopravvivenza a 5 anni è attualmente intorno al 16 per cento. La strada da fare è sicuramente ancora lunga ma dal 2015, quando è stato approvato il Nivolumab per il trattamento del cancro al polmone non a piccole cellule (NSCLC), si è riusciti a salvare la vite di numerose persone.

Fino a qualche tempo fa l'unica arma a disposizione era la chemioterapia, un trattamento abbastanza tossico e spesso poco efficace per il tumore al polmone. La sopravvivenza, in particolar modo nei casi più avanzati della malattia, difficilmente superava i 10 mesi. Per questa neoplasia anche i farmaci a bersaglio molecolare non sempre sono utili, essi funzionerebbero infatti esclusivamente in caso di specifiche mutazioni genetiche. Oggi, grazie all'immunoterapia, a tre anni dalla diagnosi un paziente su cinque è vivo.

Come funziona il Nivolumab? A differenza della chemioterapia, i primi risultati si vedono sul lungo periodo. Trascorsi due mesi dall'inizio del trattamento si potrebbe rilevare un peggioramento del cancro, in realtà è solo l'effetto dell'azione del sistema immunitario nell'area della neoplasia. Per vedere i primi risultati bisogna attendere circa quattro mesi. Gli esperti evidenziano che è importante che l'oncologo sia a conoscenza di questo effetto del trattamento.

Il trattamento immunoterapico non è un qualcosa che i pazienti potranno vedere solo fra qualche anno, già oggi l'immunoncologia è una realtà in numerosi ospedali italiani. Un approccio terapeutico che nel tempo sarà sempre più presente. Attualmente, nel polmone e in altri organi, l'immunoncologia rappresenta una terapia di seconda linea, in diversi centri si stanno però sperimentando dei trattamenti immunoterapici anche in prima linea e in fase post-operatoria. Con molta probabilità, in futuro, la chemioterapia nel trattamento del tumore al polmone non sarà più utilizzata.

Progressi nella cura del tumore al polmone

Per capire i grandi benefici di questi nuovi approcci basti pensare che, in circa il 25 per cento dei pazienti, la sopravvivenza dopo una diagnosi di tumore al polmone al IV stadio è passata da sette-otto mesi garantiti dalla chemioterapia a circa 2 anni in caso di trattamento immunoterapico. Oltre a una maggiore aspettativa di vita, il Nivolumab (come altri farmaci immunoterapici) offre una buona qualità della vita. Rispetto alla tradizionale chemioterapia utilizzata fino a questo momento, gli effetti collaterali sono molto ridotti. Alcune conseguenze indesiderate riconducibili al farmaco sono rash cutaneo e diarrea, tali effetti collaterali si possono però trattare per tempo e arginare in modo da migliorare considerevolmente la tolleranza della terapia.

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