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Tumore polmone, la sopravvivenza aumenta con una terapia molecolare

Sopravvivenza tumore polmone

Dolore al petto, tosse cronica, raucedine, presenza di sangue nel catarro e respiro corto sono alcuni dei sintomi del tumore al polmone, quando ci sono questi segni il cancro è già in uno stadio avanzato, se preso in tempo le prospettive di sopravvivenza migliorano però notevolmente. Un team di ricercatori internazionali ha condotto una serie di studi, presso il Beth Israel Deaconess Medical Center (Bidmc) di Boston, che hanno portato alla scoperta di alcuni meccanismi che stanno alla base dell'insorgenza del tumore del polmone, neoplasia che attualmente rappresenta la prima causa di morte per cancro. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Science Translational Medicine (Targeted BMI1 inhibition impairs tumor growth in lung adenocarcinomas with low CEBPa expression - Doi: 10.1126/scitranslmed.aad6066).

Nel corso dello studio, coordinato da Elena Levantini (ricercatrice presso l'Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa con incarichi anche ad Harvard e al Bidmc), è stato individuato un oncogene (BMI1) che condiziona fortemente l'insorgenza di una larga percentuale di tumori al polmone. Elena Levantini spiega che le attuali cure si avvalgono di trattamenti chemioterapici generalizzati, una metodica che non permette di colpire in maniera mirata le molecole coinvolte nei processi tumorali. La nuova scoperta è molto importante perché fornisce nuove informazioni utili per le terapie molecolari, dei trattamenti che prevedono l'utilizzo di una classe di farmaci diretti contro le molecole coinvolti nella tumorigenesi, una metodica che permette di migliorare considerevolmente la sopravvivenza dei pazienti.

Nella seconda fase dello studio si è poi lavorato alla messa a punto di un farmaco in grado di colpire in maniera selettiva BMI1. Dopo vari tentativi i ricercatori sono riusciti a sintetizzare una sostanza antitumorale in grado di inibire tale oncogene. Attualmente si sta sperimentando il principio attivo del farmaco per avere una prima valutazione della sicurezza e tollerabilità del medicinale (sperimentazione clinica di Fase I). C'è grande attesa per i risultati in quanto si potrebbe avere a disposizione una nuova arma efficace su un rilevante sottogruppo di pazienti affetti da tumore al polmone.

Secondo gli autori dello studio, le informazioni ottenute in questa ricerca potrebbe avere importanti ricadute anche su altri tipi di tumori. La presenza dell'oncogene BMI1 è significativamente aumentata anche in caso di linfomi, leucemie e altri tumori solidi quali: tumore della pelle, del seno, del colon, dell'intestino e nel glioblastoma. Superata la Fase III di sperimentazione, il farmaco potrebbe essere testato anche per la cura delle altre neoplasie dove BMI1 è coinvolto.

Attualmente, presso il laboratori dell'Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr), si sta inoltre lavorando alla realizzazione di un esame del sangue in grado di identificare in maniera rapida quali pazienti risultano positivi all'oncogene BMI1, in questo modo sarà più semplice identificare quali persone potrebbero beneficiare dal nuovo trattamento.

Pembrolizumab aumenta la sopravvivenza per il carcinoma polmonare non a piccole cellule

Anche in Europa è disponibile (serviranno le ultime autorizzazioni per la commercializzazione) il farmaco Pembrolizumab utilizza nell'immunoncologia, un medicinale che è in grado di migliorare la sopravvivenza dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule. La notizia arriva dall'ultimo Congresso dell'American Society of Clinical Oncology (2016 - ASCO Annual Meeting). L'Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha approvato il Pembrolizumab, con un dosaggio di 2 mg/kg ogni tre settimane, nella terapia anti-PD-1 per pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule.

Per poter utilizzare tale medicinale ci devono però essere specifici requisiti: i paziente con carcinoma polmonare non a piccole cellule localmente avanzato o metastatico, con espressione di PD-L1 (proteina della morte programmata 1), devono aver ricevuto almeno un precedente regime chemioterapico. Inoltre, i pazienti con mutazioni tumorali Egfr o Alk, prima di ricevere il Pembrolizumab, dovrebbero aver ricevuto anche la terapia approvata per queste mutazioni.

Nel corso di uno studio internazionale battezzato Keynote-010, si è rilevato che i pazienti con tumore del polmone in fase avanzata trattati anche con il Pembrolizumab, rispetto a quelli trattati solo con l'agente chemioterapico docetaxel, vivevano più a lungo. Nell'indagine è stata valutata anche l'entità della risposta al Pembrolizumab in relazione al grado di espressione di PD-L1 nel tessuto tumorale. I dati dimostrano che l'immunoterapia, rispetto alla chemioterapia, migliora in maniera significativa la sopravvivenza in tutti i pazienti, dando tuttavia risultati migliori in quelli con elevati livelli di PD-L1. I pazienti che presentavano dei livelli più alti di PD-L1 hanno avuto un'aspettativa di vita media di 16,6 mesi contro i 9,7 mesi dei pazienti con bassa espressione di PD-L1. Nei pazienti trattati con la sola chemioterapia la sopravvivenza media è stata invece di 8,2 mesi. Attualmente si stanno conducendo ulteriori trial per valutare l'efficacia del Pembrolizumab anche sul tumore del polmone metastatico appena diagnosticato.

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