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I disturbi alimentari si riconoscono dal cervello

Disturbi alimentari e cervello

Il primo passo per curare i disturbi alimentari è la diagnosi, un'operazione che potrebbe essere facilitata grazie all'ausilio di un algoritmo che analizza la salute del cervello. Un gruppo di ricercatori dell'Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Catanzaro e Milano (Ibfm-Cnr), in collaborazione con il Centro Trauma Ippocampo (CTI) di Cosenza, ha messo a punto un software in grado di distinguere, partendo dalle immagini anatomiche del cervelli, quali individui sono affetti da un disturbi dell'alimentazione. I risultati della ricerca che ha portato a questo interessante risultato in campo diagnostico sono stati pubblicati su Behavioural Neurology (Biomarkers of Eating Disorders Using Support Vector Machine Analysis of Structural Neuroimaging Data: Preliminary Results - Doi: 10 1155 / 2015 / 924814).

Recenti indagini in campo di neuroimaging hanno dimostrato che i disturbi comportamentali dell'alimentazione (Dca), come la bulimia e l'anoressia, non sono esclusivamente un disturbo psicologico ma sono delle condizioni caratterizzate anche da piccoli danni neuronali a livello cerebrale riscontrabili attraverso la risonanze magnetiche. Antonio Cerasa, ricercatore presso l'Ibfm-Cnr di Catanzaro e primo autore dello studio, spiega che negli ultimi 5 anni, attraverso la neuroimaging (una procedura che permette di visualizzare dettagli strutturali e anatomici del cervello in vivo), hanno condotto una serie di indagini che hanno permesso di individuare delle aree cerebrali maggiormente interessate da danni legati ai Dca come ad esempio quella della corteccia visiva e quella del sistema limbico.

Questa importante scoperta presentava però dei limiti, le anomalie non potevano essere sfruttate come biomarcatori per migliorare la diagnosi e/o la prognosi in quanto risultavano evidenti solo ad uno stadio avanzato della malattia, inoltre, erano soggette a una grande variabilità individuale tanto che, in particolari casi, potevano non presentarsi affatto. Gli esperti spiegano inoltre che non è inusuale che un paziente, con il passare del tempo, alterni periodo di anoressia a periodi di bulimia, una condizione che limita molto la possibilità di utilizzare queste informazioni neurobiologiche in ambito clinico.

I ricercatori non si sono però arresi e portando avanti lo studio hanno deciso di abbinare le informazioni raccolte attraverso la tecnica di neuroimaging alle potenzialità dell'intelligenza artificiale. Grazie a questa accoppiata hanno messo così a punto una metodologia in grado di stabilire precocemente se il soggetto è affetto da disturbi dell'alimentazione. Isabella Castiglioni, una delle autrici dello studio e ricercatrice presso l'Ibfm-Cnr di Milano, spiega che è stato sviluppato un nuovo sistema di diagnosi automatizzata utilizzando un algoritmo di classificazione che riesce a riconoscere, in modo automatico, se il cervello di un individuo appartiene ad un soggetto malato o sano sfruttando i dati di morfologia cerebrale ricavati da una risonanza magnetica del paziente. Il compito del software è quello di massimizzare il contrasto tra gruppi di immagini al fine di individuare anche piccoli dettagli che consentono di distinguere le categorie di soggetti nel modo più evidente possibile.

Per testare l'efficacia di questa nuova tecnica diagnostica sono state arruolate 17 donne, affette da una forma moderata di Dca, con un'età compresa tra i 18 e i 40 anni. Come gruppo di controllo sono state poi selezionate altrettante donne sane. Le volontarie non sono state scelte a caso, tutte avevano in comune con le pazienti alcuni fattori potenzialmente fondamentali, che possono incidere sulla morfologia cerebrale, come il livello di istruzione, età e indice di massa corporea.

I risultati dello studio hanno mostrato come nell'80 per cento dei casi l'algoritmo fosse in grado di distinguere correttamente le donne con un disturbo comportamentale dell'alimentazione da quelle sane. I ricercatori spiegano però che attualmente si è ancora in una fase sperimentale e, prima di poter applicare questa tecnica diagnostica in ambito clinico, saranno necessari ulteriori test su un campione più ampio di partecipanti. I risultati sono comunque molto incoraggianti e dimostrano le potenzialità di questa tecnica in grado di riconoscere un paziente anoressico da un bulimico anche nelle fasi iniziali della malattia.

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