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Dalla genetica una cura per la calvizie

Dalla genetica una cura per la calvizie

La calvizie può avere diverse forme e dipendere da diverse cause, per esempio l'ipotricosi simplex ereditaria dipende da un gene (APCDD1) localizzato nel cromosoma 18. Il ruolo del gene APCDD1 nella calvizie è stato individuato nel corso di una ricerca, coordinata dall'italo-americana Angela Christiano, che ha coinvolto diversi esperti della Columbia University, della Rockefeller University e dell'ateneo di Stanford. Un contributo allo studio è stato dato anche dall'Italia con Serena Belli, responsabile della Struttura Semplice di Genetica Medica dell'Azienda Provinciale Sanitaria di Trento. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Nature (Aprile 2010).

I dati relativi all'ipotricosi simplex ereditaria, una malattia che somiglia molto alla calvizie comune (conosciuta anche come alopecia androgenetica), potrebbero aprire nuove strade per la cura di entrambe le patologie. Come per la calvizie comune, l'ipotricosi simplex ereditaria è dovuta a un fenomeno noto come miniaturizzazione del follicolo pilifero. Questo processo, per il momento irreversibile, porta a una miniaturizzazione della radice dei capelli che con il tempo lasciano il posto a una sottile peluria.

La calvizie comune colpisce prevalentemente la razza caucasica, raramente è presente in altre etnie. Si presenta sia negli uomini che nelle donne ma, mentre per i primi è diventato di "moda" rasarsi quasi a zero non appena si presentano i primi sintomi, nelle donne ha un forte impatto a livello psicologico.

I ricercatori, analizzando i dati genetici di alcuni soggetti residenti in Italia e Pakistan affetti da ipotricosi simplex ereditaria, in una specifica regione del cromosoma 18, hanno identificato una mutazione comune nel gene APCDD1. Gli esperti spiegano che già in passato sono stati effettuati studi del genere ma solo su alcune cavie, questa è la prima volta che si sono individuati dati di questo tipo sugli essere umani.

Angela Christiano spiega che grazie a questa scoperta si potrà comprendere meglio il processo di miniaturizzazione del follicolo e, in futuro, si potranno sviluppare dei trattamenti per curare e prevenire la perdita dei capelli.

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