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I cloni contengono dei danni genetici nascosti

I cloni contengono dei danni

Il danneggiamento dei geni che avviene quando le cellule staminali sono coltivate in laboratorio potrebbe spiegare perché gli animali clonati così spesso muoiono o nascono obesi.

Questa scoperta, fatta dai ricercatori statunitensi, ha fatto scattare un nuovo allarme riguardo la pericolosità della clonazione umana.

"Probabilmente si tratta di una pessima idea", afferma Kevin Eggan, membro della squadra che ha effettuato la scoperta al Whitehead Institute for Biomedical Research del Massachusetts Institute of Technology a Cambridge.

Persino quando gli animali clonati sembrano normali, in realtà portano con se l'eredità di un DNA danneggiato durante il processo di coltura delle cellule. Questo fatto può celare dei pericoli oggi ancora invisibili.

"Il danneggiamento dei geni potrebbe causare negli esseri umani degli handicap importanti come il ritardo mentale", dice Eggan. "Questo aspetto evidenzia ancor più come vi sia una sorta di moratoria universale contro il copiare le persone", afferma Ian Wilmut, lo scienziato che ha clonato la pecora Dolly al Roslin Institute di Edimburgo. "Come potrebbe qualcuno prendersi il rischio di clonare un bambino, quando il risultato è ancora del tutto imprevedibile?".

La squadra di Whitehead ha esaminato le strutture genetiche nelle cellule staminali embrionali dei topi. Queste cellule possono essere utilizzate per creare dei topi sia attraverso la clonazione, sia attraverso la fusione delle cellule con gli ovuli, portando alla nascita di topi "chimerici".

Esaminando sei strutture genetiche legate allo sviluppo embrionale, i ricercatori si sono accorti che la maggior parte dei danni al DNA si verifica quando le cellule staminali embrionali si trovano in coltura nel laboratorio, non a causa dei processi di clonazione o di IVF (fecondazione in vitro).

L'alterazione genetica è in relazione con un fenomeno chiamato "imprinting". Gli embrioni ricevono da entrambi i genitori una copia di gran parte dei geni, e l'imprinting è il processo attraverso cui viene scelto il gene di un genitore anziché quello dell'altro. Gli scienziati hanno trovato diversi modelli di imprinting in quattro dei sei geni studiati, persino tra le cellule "figlie" nate e cresciute in coltura dagli stessi "genitori" embrionali.

Eggan sostiene che non vi è alcuna strada ovvia per alterare il processo di coltura e prevenire il danneggiamento dei geni: "Questo dimostra che gli scienziati debbano prestare enorme attenzione alle cellule in coltura, prima di dare inizio al processo vero e proprio di clonazione".

Anche le cellule adulte possono essere utilizzate per creare dei cloni, come nel caso della pecora Dolly, nata da una cellula mammaria. Ma non è stato fatto ancora alcun esperimento per verificare se anche in questo caso si incorre nel processo di imprinting.

Non mancano comunque le buone notizie. L'iprinting svolge un ruolo particolarmente importante durante le primissime fasi dello sviluppo dell'embrione, ma successivamente, quando le cellule cominciano a specializzarsi nei differenti tessuti, questa rilevanza viene meno.

Quello che danneggia i geni ha Perciò un impatto minore sulla formazione degli organi, e questo significa che la conversione delle cellule staminali embrionali in tessuti destinati al trapianto, la cosiddetta "clonazione terapeutica", potrebbe essere possibile e sicura.

"La differenziazione delle cellule sembra essere meno sensibile all'imprinting rispetto all'organizzazione complessiva di cellule e tessuti nell'embrione", sostiene Peter Andrews, professore di scienza biomedica all'Università di Sheffield.

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