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Endometriosi, il bisfenolo A tra le possibili cause

Endometriosi: il bisfenolo A tra le possibili cause

L'endometriosi, una patologia che in Italia colpisce circa 3 milioni di donne e può portare all'infertilità, potrebbe essere causata dal bisfenolo A (BPA), una sostanza chimica usata spesso in associazione con altre sostanze chimiche per produrre la plastica utilizzata in molti contenitori di uso quotidiano. La scoperta è frutto di una ricerca condotta da esperti di diversi atenei italiani coordinati dal professor Giulio Signorile, presidente della Federazione Italiana Endometriosi (FIE). I risultati dello studio sono stati presentati a Roma in occasione del congresso internazionale "Interferenti endocrini: endometriosi e infertilità" (Aprile 2010).

Gli esperti spiegano che sostanze appartenenti al gruppo degli interferenti endocrini, come ad esempio il bisfenolo A, se somministrati durante le prime settimane di gestazione possono provocare l'endometriosi. La patologia, che colpisce il tessuto che ricopre l'interno dell'utero (l'endometrio), non è però facilmente riconoscibile perché i sintomi dell'endometriosi sono simili a quelli della sindrome premestruale.

I ricercatori, somministrando ad un gruppo di topolini femmina un interferente endocrino (bisfenolo A), hanno riprodotto l'endometriosi nel modello animale. Per condurre lo studio sono stati utilizzati due gruppi di topolini, uno è stato esposto al bisfenolo A mentre l'altro serviva per avere dei parametri di confronto. Nel 30 per cento della prole nata dalle madri esposte alla sostanza chimica è stata riscontrata la presenza di endometriosi nel tessuto adiposo periuterino (posto al di fuori dell'utero), nel gruppo di controllo è stato individuato invece un solo caso (corrispondente al 5 per cento) di endometriosi.

Grazie a questo studio, anche se si sta parlando di topolini, si è dimostrato per la prima volta che gli interferenti endocrini agiscono come fattore epigenetico (fattori che influenzano lo sviluppo anche in base alle circostanze ambientali generali).

L'esposizione al BPA attraverso il cibo è dovuta al suo impiego in talune materie plastiche e altri materiali. Ad esempio, il BPA è usato nel policarbonato, un tipo di plastica rigida trasparente. Il policarbonato viene utilizzato per produrre recipienti per uso alimentare come i biberon, le stoviglie di plastica (piatti e tazze) e i recipienti di plastica. Il BPA può migrare in piccole quantità nei cibi e nelle bevande conservati in materiali che lo contengono. L'uso del BPA nei materiali a contatto con gli alimenti è autorizzato nell'Unione europea ai sensi della direttiva 2002/72/CE della Commissione del 6 agosto 2002.

Per il momento non conosciamo i quantitativi di bisfenolo A (BPA) utilizzati durante l'esperimento (provvederemo ad inserire questo dato in futuro). Nel 2007 l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha fissato per questa sostanza una dose giornaliera tollerabile (DGT) di 0,05 milligrammi/chilogrammo di peso corporeo (p.c.). La DGT è una stima della quantità di una sostanza, espressa in base al peso corporeo, che può essere ingerita ogni giorno per tutta la vita senza rischi apprezzabili. Nel 2008 l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, in seguito all'analisi di nuovi dati che prendevano in considerazione la differenza tra neonati e adulti nell'eliminazione del BPA dall'organismo, ha confermato che in entrambi i soggetti l'esposizione al BPA è di gran lunga inferiore alla DGT di 0,05 mg/kg p.c..

Grazie ai nuovi dati probabilmente saranno intrapresi nuovi studi per valutare i quantitativi consigliati durante le prime settimane di gestazione. E' vero che dopo l'esposizione al BPA l'organismo umano metabolizza ed elimina rapidamente la sostanza sia negli adulti che nei neonati ma non ci sono ancora abbastanza dati relativi al periodo della gravidanza.

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