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Alzheimer, un cervello allenato riduce i rischi - Salute: Le attività che impegnano il cervello, come ad esempio imparare una seconda lingua o anche giocare a scacchi, contribuiscono a proteggerlo dalla malattia di Alzheimer

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Alzheimer, un cervello allenato riduce i rischi

Alzheimer: un cervello allenato riduce i rischi

Le attività che impegnano il cervello, come ad esempio imparare una seconda lingua o anche giocare a scacchi, contribuiscono a proteggerlo dalla malattia di Alzheimer. Stando ai dati raccolti nell'ambito di uno studio multicentrico europeo, coordinato dal San Raffaele di Milano, le persone che hanno un grado di istruzione più alto, o svolgono un'attività intellettualmente impegnativa, sviluppano una sorta di "cervello di scorta" che rallenta i sintomi della malattia neurodegenerativa. Lo studio, che ha coinvolto numerosi centri in Europa, è stato pubblicato dalla prestigiosa rivista internazionale Neurology (Ottobre 2008).

Gli esperti spiegano che anche il cervello, come fa un atleta in palestra con i muscoli, va tenuto in allenamento affinché possa superare più agevolmente anche i compiti più impegnativi. L'allenamento "intellettuale" consente di migliorare le sinapsi, i collegamenti tra neurone e neurone indispensabili per il funzionamento del cervello. In base ai dati raccolti, anche se l'Alzheimer dovesse danneggia i neuroni e le loro connessioni, un cervello ben allenato mantiene comunque una buona efficienza.

Lo studio che ha permesso di ottenere queste nuove informazioni è durato 14 mesi e ha coinvolto oltre 300 pazienti malati di Alzheimer e 100 anziani con lievi disturbi della memoria. Il campione osservato è molto eterogeneo sia per quanto riguarda la professione, dalla casalinga al manager, che per il livello di istruzione, dal titolo della scuola dell'obbligo alla laurea.

Analizzando lo stato di salute dei soggetti, i ricercatori hanno notato che le persone che avevano un grado di istruzione maggiore, o un'attività occupazionale più elevata e anche intellettualmente più intensa, manifestavano i sintomi dell'Alzheimer più tardi rispetto, per esempio, a casalinghe o disoccupati. Questa differenza non si è notata solo in quelle persone dove la malattia non aveva ancora danneggiato i neuroni e le sinapsi ma anche in quei pazienti dove era già in uno stadio più avanzato.

Un esempio: una casalinga e un medico avevano il compito di ricordare il nome di un oggetto. Per farlo, entrambi cercavano di attivare la specifica rete di neuroni che conserva quel ricordo. Questa rete, tuttavia, era stata danneggiata dalla malattia: mancavano nodi (i neuroni) o c'erano alcune maglie danneggiate (le sinapsi). Teoricamente, quindi, nessuno dei due avrebbe dovuto ricordare quel nome: ma il medico, a differenza della casalinga, è riuscito a ricordare la parola.

Come è possibile? Merito della presenza di un "cervello di scorta" che i ricercatori hanno scoperto grazie alla tomografia ad emissione di positroni (PET) e che hanno definito "riserva funzionale". A causa dell'intensa attività intellettuale, infatti, il cervello delle persone più istruite aveva sviluppato più sinapsi: non potendo utilizzare una sinapsi danneggiata dalla malattia, il loro cervello ne ha utilizzato un'altra di riserva, raggiungendo così egualmente il proprio obiettivo.

Ma come i ricercatori hanno potuto valutare i danni causati dalla malattia nei pazienti? Grazie al glucosio, un semplice zucchero, che costituisce la benzina del cervello: è infatti l'alimento che nutre i neuroni. I ricercatori, attraverso la PET, hanno misurato il consumo di glucosio del cervello: tanto più bassa ne era la quantità bruciata, tanto più ridotto era il numero di neuroni e sinapsi ancora esistenti.

Spiega Daniela Perani, coordinatrice dello studio, neurologa ed esperta di neuroimmagini dell'Università Vita-Salute San Raffaele e dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano: "Il nostro cervello possiede grandi capacità plastiche, cioè è molto abile nell'adattarsi e svilupparsi per svolgere al meglio quei compiti per noi più gravosi o importanti. Per affrontare sfide sempre più difficili ha uno strumento specifico: creare nuove sinapsi. E' così che si forma la riserva funzionale. La demenza di Alzheimer è una piaga di una società moderna sempre più vecchia. Il nostro Paese è, tra gli stati europei, quello con il più alto tasso di popolazione anziana. Purtroppo, è anche tra quelli con i le percentuali più alte di analfabetismo, compreso quello di ritorno. Ed è per questo che per ritardare l'esordio della malattia dobbiamo impegnarci a combattere l'analfabetismo, anche quello di ritorno, trovare i mezzi per favorire la lettura e stimolare le attività intellettuali nella popolazione e non solo in quella anziana: queste sono solo alcune delle strade che possiamo percorre per combattere, sin da bambini, la malattia".

La malattia di Alzheimer

Oggi nel mondo i malati di Alzheimer sono 25 milioni e solo in Italia le persone affette da questa patologia sono 500mila. Si tratta di una malattia molto diffusa tra gli anziani, tanto che ne soffre circa il 20% delle persone al di sopra dei 65 anni del nostro Paese. Non solo, il costo della malattia è molto alto: si calcola, infatti, che in Europa ogni anno si spendano 52 miliardi di euro per curarla.

Lo studio è stato possibile grazie a finanziamenti dell'Unione Europea, NEST -DD (Network for Efficiency and Standardization of Dementia Diagnosis) del 5° Programma Quadro europeo per la ricerca e DIMI (Diagnostic Molecular Imaging) del 6° Programma Quadro europeo per la ricerca.

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